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Quando la scuola ha rallentato: il paradosso delle mascherine

  • Immagine del redattore: Mateja Nanut
    Mateja Nanut
  • 16 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Una riflessione pedagogica sulla lentezza, l’ascolto e la continuità educativa e didattica


Mi sono ritrovata a ripensare a quell’anno particolare — l’anno delle mascherine — non per nostalgia di un periodo che è stato difficile per tutti, ma per alcune dinamiche scolastiche che si erano create in quel contesto così anomalo. Oggi vediamo molti bambini faticare ad ascoltare fino in fondo, a rispettare i turni di comunicazione, a contenere l’impulso di intervenire subito. Vivono immersi in una realtà frenetica, veloce, ricca di stimoli, e anche la loro modalità relazionale ne porta i segni.

Allo stesso tempo, noto come la scuola di oggi sia spesso interrotta da una grande quantità di progetti, attività esterne e cambiamenti di routine che rendono più complesso costruire continuità, stabilità e prevedibilità.

In quell’anno, invece — per circostanze che nessuno avrebbe MAI scelto — la didattica aveva assunto un ritmo diverso: meno interruzioni, più linearità, più tempo a disposizione. Ed è proprio nella combinazione di questi due aspetti — comunicazione più attenta e continuità più solida — che si erano create condizioni educative inaspettatamente fertili, che oggi vale la pena osservare con uno sguardo pedagogico.


1. Continuità e lentezza come valori educativi

Quell’anno particolare aveva portato con sé una forma di continuità che oggi ricordiamo per il suo valore educativo, non certo per le mascherine in sé, ma per alcune condizioni organizzative che avevano reso la scuola più stabile e prevedibile. L’assenza di progetti e di interventi frequenti da parte di esperti esterni aveva creato una settimana scolastica molto lineare: stessi spazi, stesse persone, stessi tempi.

Questa regolarità — quella ritualità significativa che in pedagogia sostiene l’orientamento, la sicurezza e la crescita emotiva — aveva permesso ai bambini di interiorizzare con più facilità routine, regole e tempi di lavoro e di relazione. La giornata seguiva un ritmo coerente, e questo favoriva concentrazione, calma e profondità.

Oggi, al contrario, la continua alternanza di progetti e attività esterne rende più difficile mantenere quella stabilità. Molti bambini, soprattutto quelli che a casa hanno routine meno definite, sembrano aver bisogno proprio di quel ritmo lento e continuo che consente di sentirsi contenuti e di imparare con serenità.


2. L’ascolto come competenza da imparare

La necessità di parlare uno alla volta, perché altrimenti non si capiva nulla, aveva reso il turno di parola un bene prezioso. Paradossalmente, la mascherina, che inizialmente appariva come un ostacolo, era diventata un mediatore: per comunicare servivano chiarezza, attesa, ascolto. I bambini avevano sviluppato competenze comunicative e relazionali spontaneamente, mentre oggi richiedono un lavoro molto più intenzionale: aspettare il proprio turno, non sovrapporsi, ascoltare e osservare l’altro prima di intervenire. In un ambiente scolastico tornato libero ma inevitabilmente più frenetico, queste competenze sembrano essersi disperse, ricordandoci però quanto l’ascolto vada coltivato quotidianamente.


3. Il ruolo dell’insegnante come guida stabile

L’insegnante di classe, senza interferenze disordinate, aveva potuto esercitare pienamente il proprio ruolo di professionista pedagogico: conoscere i bambini a fondo, scegliere metodologie adeguate al gruppo, adattare tempi e strategie. In un anno privo di quell’incessante susseguirsi di progetti esterni — teatro, inglese, arte, canti di Natale, recita di fine anno, uscite didattiche e gite — l’insegnante aveva potuto dedicare energie e attenzione alla cura del gruppo classe e di ciascun alunno. C’era il tempo per osservare davvero, per comprendere bisogni e necessità profonde, per leggere tra le righe dei comportamenti e riportare queste osservazioni dentro la didattica quotidiana.

Perché sappiamo bene che per costruire relazioni educative significative ci vuole tempo, e che oggi, tra scadenze, progetti e frammentazioni continue, quel tempo si assottiglia sempre di più. In quell’anno, invece, la pedagogia della lentezza aveva portato meno input e più profondità.


Forse è proprio questo il punto della mia riflessione: la scuola funziona quando è stabile, lenta, coerente, quando dà tempo ai bambini di maturare dentro le relazioni e non solo dentro le attività. Non servono decine di progetti, spesso condotti da esperti esterni che non conoscono i bambini e che li vedono solo per poche ore. Serve una comunità educativa che cresce insieme giorno dopo giorno.

“La tranquillità dell’ambiente è la prima condizione dell’opera educativa.” - Maria Montessori -



 
 
 

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